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Come suicidarsi su Facebook

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Ora posso decidere di sparire. Con tutto il mio corredo di immagini, di emozioni, di scritti. Me lo concede  Facebook. Quella seconda vita che mi divertiva talvolta e perlopiù mi riempiva di obblighi e incombenze, almeno quanto la mia esistenza quotidiana, era per me divenuta gravosa e inutile. Grazie all’intervento di un’associazione dei consumatori americana, che ha ribadito la necessità di difendere la privacy degli utenti, io sono stata libera di praticarmi un’eutanasia virtuale. Insomma ho deciso di morire. Non morire davvero, ma nel social network più diffuso al mondo, che avevo utilizzato per cercare un’amica molto lontana, di cui non ho notizie da tempo. Ora tutti i miei amici e parenti, aggiunti durante il cammino virtuale, non avranno più idea di che fine abbia fatto. Sono sparita: ho attuato in piena coscienza il mio suicidio dal social network e senza che ad alcuno giungesse un necrologio, un piccolo avviso, una seppur telegrafica notizia del decesso. Sono andata via nel silenzio più assoluto, e, certamente con più leggerezza che nella vita vera, e senza che nemmeno i miei familiari dovessero versare una sola lacrima. Tutto ciò è avvenuto in un sistema definito virtuale, in cui si realizzano relazioni reali, in un ambito riconosciuto da tutti  come “sociale”. E’ stato un sollievo poter sparire così, senza sensi di colpa o paure, come nemmeno la vita in effetti a tutti concede, e senza che potessero giungere, anzitempo o in corso d’opera, i tentativi estremi di fermare la mia mano o di condannare la mia decisione. Chissà, se lo avessi voluto fare in modo clamoroso e non come Facebook ora concede, e cioè con un semplice click, forse anche il Governo se ne sarebbe interessato e mi avrebbe tacciato d’essere terrorista, asociale, amorale. Si sarebbero schierati contro di me tutti coloro che vorrebbero obbligarmi a rimanere vitale in un contesto a me estraneo, di cui non riesco a cogliere il bene. Ma da me avevo emanato il verdetto su quella zavorra pleonastica, e avevo deciso, subito, di sparire di sentenza. E’ la mia vita, d’altronde, mi sono detta e chi potrebbe obbligarmi a rimanere oggetto di attenzioni, di curiosità, di morbosità e chissà di cos’altro, forse business, perfino? Nell’impossibilità di sparire ero infatti costretta a sopportare che altri “avvertissero” la mia presenza. Così non è più. Sono nata in dicembre su Facebook e dopo due mesi ho voluto tirarmene fuori, tutto qui. La stranezza è che al momento di andar via, di dileguarmi e volatilizzarmi nello spazio e nel tempo, ho subìto un piccolo interrogatorio, con il quale i creatori di Facebook mi chiedevano le ragioni del gesto estremo, ponendomi perfino delle opzioni di risposta: noia? non lo trovavi interessante? ti rubava troppo tempo? sarà una scomparsa temporanea o definitiva? Li ho liquidati rassicurandoli che sarei tornata, ma a quel punto si è aperta una finestrella più grande per indicarmi uno spazio utile, ove spiegare in modo preciso le ragioni che mi avevano spinto a tale scelta. Insomma, che volevano sapere? mi ero scocciata di essere messa in croce anche per una innocente affermazione, che spesso non trovava alcuna condivisione, ma soltanto una serie di commenti a supporto dei miei denigratori. M’ ero seccata di dover giocare a liberarmi da rapitori seriali, di rispondere a test idioti sull’entità della mia “sensualità a corte”, o, peggio ancora, di dover aiutare i miei compatrioti a difendere l’Italia, o di misurare il mio sfigometro. Per non parlare dei parcheggi, che già non ne trovi ogni giorno, quando vai al lavoro… poi la sera davanti al pc, per rilassarti, ti tocca di posteggiare tutto un autoparco. Tra i miei contatti c’è chi è felice di avere acquistato due pub, un ristorante, una decine di negozi in centro e non so quanti appartamenti. Se la passa bene soltanto sul web, invero; ma chi si accontenta gode, si dice. Uno che non abita in una grande città è costretto a scontrarsi spesso con un serie di persone odiose, ed è già uno sforzo doverne evitare il saluto, oppure riuscire prontamente a cambiare marciapiede. Su Facebook, apriti cielo, rischi di incontrare quelle stesse persone che ti invitano a “diventare amici”. A quel punto hai due opzioni: rifiutare e trovarti nell’orribile situazione di doverli incontrare nella vita reale, sottoponendoti ad un incremento apicale del disagio, oppure accettarne l’amicizia e sostenere perfino un sorriso, quando ti trovi faccia a faccia allo sportello delle Poste o incolonnato nel traffico. Evviva l’ipocrisia. E’ cambiato il modo di incontrarsi di interagire e di intrattenersi, in modo sempre più demenziale…. (bacio perugina: un amico è fan, diventalo anche tu!); cambia anche il linguaggio (ciao io sono Madrina, tu sei Renato?). Insomma, non so a voi, ma a me viene voglia di tornare ad Omero e ricominciare daccapo.



Scritto da Anna Maria Scicolone on mar 2nd, 2009 e catalogato in Ad alta voce, Rubriche. Puoi seguire i commenti attraverso il feed RSS 2.0. Commenti e pings sono chiusi.



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