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Jannuzzo, da Agrigento a Roma per amore del teatro

Gianfranco Jannuzzo si trasferisce giovanissimo a Roma dove frequenta il “Laboratorio di esercitazioni sceniche” di Proietti, nel quale inizia la sua formazione artistica, ma il suo legame con le arti delle spettacolo è sicuramente anteriore a questo particolare.

Suo padre, infatti, è un musicista e ha avuto un negozio di strumenti musicali qui ad Agrigento…

Sì, è vero. Questa particolarità è anche presente nel mio spettacolo “Nord&Sud”. L’aria dell’arte ho cominciato a respirarla sicuramente in casa mia: mio padre Giuseppe è un’insegnante di lettere, ormai in pensione da tanti anni, un uomo tuttora molto apprezzato per la sua professionalità (soprattutto apprezzato dai suoi alunni), ed un buon musicista. Suona splendidamente il pianoforte, pianoforte che ha fatto studiare anche a me e ai miei fratelli (mia sorella Patrizia, per esempio, lo suona molto bene). Effettivamente ci è stata davvero una prima introduzione, spontanea forse, all’arte.
Tempo dopo, per consentire alla mia numerosa famiglia un tenore di vita migliore di quello che poteva offrirci con il suo stipendio di insegnate, mio padre fece in modo di trasformare il suo hobby per i pianoforti in una attività. Dopodichè, con i miei ci siamo trasferiti a Roma perché la mia famiglia, generosa, voleva consentire a me e ai miei fratelli una carriera universitaria. Siamo andati nella Capitale quando io avevo 12 anni, ma ciò non impedì di continuare a vedere e vivere la mia città di origine poiché le vacanze estive venivamo a passarle ad Agrigento: il legame con la bellissima Giurgenti non è mai stato interrotto.
In estate si rivelava quella capacità di aggregazione che, a noi agrigentini, ci caratterizza. Difatti ci si trovava sempre insieme con gli amici godendoci la città…
Ad Agrigento nacque la mia passione per il teatro. Io mi sono innamorato dello spettacolo vedendo Renzino Barbera alla Rupe Atenea. Renzino, durante le sue rappresentazioni ci faceva “scassare” dalle risate. Quello che raccontava ci entusiasmava moltissimo. Lui è stato un “leone” dello spettacolo e noi agrigentini gli dobbiamo tantissimo. Guardandolo mi si aprì un mondo, perché iniziai ad avere desiderio anch’io di raccontare la Sicilia, anzi, di raccontare “l’amore” per la Sicilia, come Barbera faceva in modo straordinario.

A Roma, invece, lei raggiunge la formazione professionale…

Sì. A Roma andai al “Laboratorio di esercitazioni sceniche” di Proietti. Presentai alcuni miei lavori e raccontai una barzelletta simpatica sceneggiandola. Brevemente, Gigi Proietti mi prese nella sua scuola. Quello che pensai dopo la magnifica notizia fu: “…come glielo dico a mio padre?”. Un giorno, mentre lui stava riparando un pianoforte, lo informai della novità, novità che accolse bene. Mi mise però in guardia sui pericoli della professione dell’attore, e volle che io gli facessi una promessa: laurearmi. Promessa che purtroppo non riuscì a mantenere perché il lavoro che svolgevo nella scuola era molto faticoso: mi prendeva tutta la giornata. Più avanti, durante un saggio scolastico, ebbi un grosso successo. Questo successo portò mio padre a considerare che la mia strada poteva essere veramente il teatro.

Lei ha mantenuto un rapporto fortissimo con la “sicilianità”, specialmente con quella “sicilianità” genuina della quale lei dimostra di essere un ricercatore. Ma come si fa ad essere contemporaneamente un fine interprete?

Questo dipende dalla sensibilità di ciascuno di noi. Non so se è una dote o una capacità che sono riuscito ad affinare nel tempo. Sicuramente molto deriva dall’orgoglio di essere agrigentino. Non parlo del campanilismo fine a se stesso o dell’attaccamento alla “terra” tout court, ma della convinzione profonda di possedere grandi valori universalmente validi (i nostri valori): il legame affettivo con la famiglia, il culto della donna, la lealtà agli amici, l’ospitalità… Avere coscienza di ciò fa in modo che si posseggano “arco e frecce”, cioè strumenti utili non solo per la vita, ma, per quanto riguarda me, anche per il lavoro. È chiaro che molto dipende anche dalla personalità: io ho per fortuna una personalità molto forte. La mia forza è quella di essere giurgintano.

Parliamo di “geografia”. In che rapporto stanno Agrigento e Roma?

Ad Agrigento sappiamo tutto di tutti (siamo un po’ pettegoli), ma si è “persone”. A Roma invece si diventa un numero. La città ti accetta, ma è una megalopoli. Ti offre molte opportunità, c’è molta scelta, ma tu devi farti valere. Il mio rapporto con Roma è di gratitudine e di tranquillità. A Roma mi chiamavano “er siciliano” per via del mio accento che “imponevo” ai miei amici. Io non ho sofferto il fenomeno dell’emigrazione, del rigetto dei meridionali. Tale fenomeno terminò quando i settentrionali si accorsero delle qualità di noi gente del sud: fecero un passo indietro con i loro cattivi giudizi. Ovviamente ci sono molte differenze tra queste due città e tra i loro abitanti: l’agrigentino, per esempio, si lamenta sempre di tutto, ma questo è un pregio straordinario!

L’agrigentino è un po’ kantiano: analizza criticamente per… capire e capirsi (lo dico satiricamente).

Assolutamente sì. Noi non siamo mai contenti, ma guai a chi parla male dei giurgintani. Saremmo capaci di fare un omicidio se qualcuno parlasse male di noi: è una grinta profonda.
Questo difetto che definisci “kantiano” è la nostra forza! Inoltre, la capacità di autocritica è efficace.

Un altro rapporto con Agrigento vi è, in primo luogo, con il teatro Pirandello, del quale lei è direttore artistico, e infine con Mario Pardo, che organizza il teatro della Valle…

Sì. Mario mi ha dato grandi soddisfazioni, sia perché l’ho visto all’opera, sia perché tutti gli artisti che sono venuti ad Agrigento si sono complimentati con me per il suo lavoro. Mario Pardo rappresenta l’ospitalità in persona. Ma un po’ tutti noi agrigentini siamo persone molto ospitali: non è un caso che Gellia sia agrigentino. Oltrettutto, sempre inerente all’ospitalità, mi piace ricordare l’aria di partecipazione e di entusiasmo che il sindaco Marco Zambuto e il dott. Luigi Ruoppolo hanno saputo creare, sottolineando quanto sia rilevante il loro operato.

Si potrebbe dire che il teatro Pirandello sia un “Teatro nel teatro”? Cioè un piccolo palcoscenico contenuto da un teatro più grande che è la città di Agrigento?

Assolutamente sì. Mi piace questa immagine (sorride). Agrigento è davvero un grande teatro!

Nella sua vita, non solo sotto l’aspetto professionale, cosa sono stati: Bramieri, Garinei e Giovannini?

Sono stai maestri. Fisicamente il mio maestro è stato Gigi Proietti, ma Bramieri, Garinei e Giovannini sono stai maestri sul campo. Con Bramieri ho lavorato per sei anni consecutivi: da lui ho imparato tanto.

E Gianfranco Jannuzzo e le donne?

Adesso sono sposato con una ragazza milanese molto dolce che si chiama Ombretta. Il mio rapporto con le donne è imprescindibile, anche questo per una caratteristica peculiare. La società siciliana è la più matriarcale tra tutte: le donne fingono di far dominare l’uomo, ma a governare sono loro. Noi siciliani non siamo mammoni ma abbiamo nei confronti della donna una venerazione autentica, un rispetto straordinario. Siamo dei “protostilnovisti”. Io considero le donne il motore del mondo.

Dario La Mendola



Scritto da Anna Maria Scicolone on mar 3rd, 2009 e catalogato in Caleidoscopio, Photo Gallery, Rubriche. Puoi seguire i commenti attraverso il feed RSS 2.0. Commenti e pings sono chiusi.



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