Più sono anziane, più sono povere: un’equazione che riguarda 2 anziane su 3, considerando il totale di quasi 2 milioni di non autosufficienti. Ed è donna anche il 75% delle persone istituzionalizzate. A spiegarlo è la presidente provinciale dell’Ada, l’associazione per i diritti degli anziani, Gera Turco. “Un’indigenza che colpisce un’altissima percentuale di pensionati, in particolare donne – sottolinea Gera Turco – che si ritrovano in situazioni economiche difficili, a causa delle ridotte possibilità di lavoro che hanno avuto, ovvero dell’irregolarità contributiva e della penalizzazione retributiva che hanno subito durante gli anni lavorativi. La povertà femminile anziana è un fenomeno in crescita, strettamente legato, da un lato, alla bassa quota percentuale assegnata alle pensioni di reversibilità, anche quando rappresentano l’unico reddito posseduto; dall’altro perché il lavoro di cura, a cui le donne si sono dedicate per tutta la vita, sopperendo alle lacune di un welfare quasi inesistente, non ha trovato alcun riconoscimento contributivo” puntualizza la presidente Ada. “A esporre maggiormente le anziane al rischio povertà, quindi, problemi a monte imperniati sul lavoro di cura, tutto a carico delle donne; un impegno che fa pagare alle donne il fatto di occuparsi per molti anni del lavoro non pagato, mentre si dovrebbe aumentare la quota dei servizi e riconoscere contributi a carico della collettività per il lavoro di cura, ma solo per quello relativo ai figli piccoli e alle persone non autosufficienti. Nel sondare le cause della situazione, emergono altri dati poco confortanti” precisa Turco. In Italia la quota di donne che non sono mai entrate nel mercato del lavoro è molto alta, maggiore del 50%. Tra queste, il 28% (esattamente il doppio della quota media nell’Unione Europea) è inattiva per ragioni involontarie. Le cifre Inps relative alle pensioni minime, aggiornati a dicembre 2009, parlano chiaro: 3,4 milioni le anziane che vivono con 450 euro al mese di pensione di invalidità, vecchiaia o reversibilità, mentre i coetanei uomini che percepiscono una somma analoga risultano 850 mila. Secondo i dati Eurostat 2006, nel vecchio continente una pensione vale il 54% dello stipendio se il pensionato è uomo, il 50% se si tratta di una donna. E in Italia la forbice delle proporzioni si allarga: il 60% per gli uomini, il 46% per le donne. Una condizione che si aggraverà in futuro per l’alto tasso di disoccupazione femminile. “Occorre – conclude Gera Turco – allungare la storia contributiva breve delle donne, perché hanno avuto accesso a occupazioni più irregolari e meno pagate o hanno ricevuto tardi una copertura contributiva; serve guardare al futuro e rimediare all’attuale scenario sociale ed economico che condanna le giovani di oggi a divenir le anziane povere di domani”.
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