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Per noi sonni tranquilli… ma anche no!

I sindacati tornano a fare i sindacati. Che il loro ruolo debba essere accanto ai lavoratori è indubbio. Però, dobbiamo essere sinceri, ad un certo punto della storia agrigentina, avevamo cominciato a nutrire qualche perplessità.

Per quanto possano avere gli stessi obiettivi di sviluppo e di affermazione dei principi di legalità, a mio modo di vedere, i datori di lavoro devono stare da una parte e i sindacati dall’altra. Non si possono mischiare ruoli. Sono fronti diversi.

Così, oggi che l’allarme sociale continua a crescere, è giusto che i sindacati si riapproprino del ruolo che loro compete. Ne abbiamo qualche esempio in questi giorni con una sorta di presa di distanze della Cgil da Confindustria (il segretario provinciale Mariella Lo Bello rimprovera al presidente di Catanzaro di parlare di “lavoro vero”, ma di non citare il “lavoro nero”, di cui molte imprese sono responsabili), e con le dichiarazioni della Uil su cui si insiste che il lavoro nero è da ritenere “evasione fiscale”.

Invero, la frattura ha forse motivazioni più profonde, e l’artefice è proprio Confindustria, che sta tessendo una tela per legittimare una sua riaffermazione nelle strategie di sviluppo del territorio, escludendo la politica da un ruolo finora debole, come del resto sono pronti ad affermare anche i sindacati.

La politica al momento è distratta anche dai confusi esiti delle amministrative, devastata da un traballante Governo Lombardo e dalle liti in seno a quella che avrebbe dovuto essere la Maggioranza, e impegnata sulla manovrina che stringe la cinghia a tutti e su una legge sulle intercettazioni che distoglie l’opinione pubblica dai problemi reali. Su questa legge, definita fascista da Italia dei Valori, ci esimiamo da esprimere commenti, perché è ovvio che in quanto giornalisti siamo dalla parte del nostro sindacato e con la maggior parte di quanti la ritengano una legge bavaglio. Prima o poi, se continua così, chiuderanno anche questo editoriale. Il pericolo per la libertà d’informazione è reale. Ma avevo anticipato che avrei parlato d’altro.

Si è aperto nei giorni scorsi un dibattito sul taglio dei premi ai calciatori. Favorevoli e contrari. Si è parlato anche di impedire il cumulo di indennità e pensioni ai deputati. Favorevoli e contrari. Ma forse non è chiaro il rischio della rivolta sociale, perché queste, caro lettore, sono vere provocazioni per una persona come me, che da qualche tempo applica una riduzione di spese su tutto, dagli alimenti all’abbigliamento, dal cinema alla pizza. E non voglio neanche immaginare quale possa essere la situazione di chi non lavora e non riesce a trovare lavoro. O di chi lavora ma non percepisce lo stipendio dal datore di lavoro. Ritardi su ritardi, mentre le banche non vogliono sentir ragioni, perché su un lavoro a tempo determinato non c’è chi conceda un affidamento.

Cresce l’usura e la disperazione, a quel punto. Siamo come nel 1945, dice la Banca d’Italia. Insomma non come nella peggiore crisi degli anni Settanta, ma siamo ancora più indietro, in questa Sicilia.

Dalla metà del secolo scorso a oggi, la Sicilia non era mai andata così male: il pil è il più basso da sessant’anni, come riferisce il rapporto di Banca d’Italia sull’economia siciliana del 2009. Crolla la produzione industriale, calano l’occupazione e il turismo. Persino nel commercio degli alimentari si registra una diminuzione dello 0,8 per cento, perché le famiglie hanno cominciato da dicembre a risparmiare sul cibo. Diminuiscono fatturato e investimenti per molte imprese. Diminuisce il tasso di occupazione (43,5%) specie tra i giovani e i lavoratori con bassi livelli di istruzione mentre il tasso di disoccupazione (13,9%) risulta il più elevato tra le regioni italiane. I dati peggiori nelle aziende con meno di 50 dipendenti: fatturato -7,7% e occupazione -3,1%.

Aspetto con ansia quel giorno in cui non sarò più costretto a riportare un quadro così allarmante.

Ma non facciamo finta di non vedere. Di non sapere di chi è la responsabilità se soffriamo più delle altre regioni. Di non capire dove e quando abbiamo sbagliato a dare fiducia a chi non meritava il nostro sostegno. Ora c’è chi storce il naso, nei bar, negli uffici, per strada, nei negozi vuoti: “Eh, ci sta portando alla rovina, ma non abbiamo alternativa”.

Bravi! Ha convinto tutti anche di questo: che non c’è alternativa. Ha convinto perfino l’opposizione di questa impossibile alternanza, in questa fase storica. Ha perfino persuaso Rai Tre e Repubblica che la maggioranza dei cittadini è di destra, vede soltanto Mediaset o Rai Uno, e vuole più sicurezza e meno stranieri.

Bene: noi abbiamo Alfano ministro, abbiamo Cimino vice presidente della Regione, Di Mauro assessore regionale al territorio, Gentile assessore regionale alle Infrastrutture, abbiamo il presidente D’Orsi, il sindaco Zambuto, e un codazzo di sodali disseminati nei luoghi del potere.

Noi di Agrigento possiamo dormire sonni tranquilli…

ma anche no!



Scritto da Redazione on giu 10th, 2010 e catalogato in EDITORIALE. Puoi seguire i commenti attraverso il feed RSS 2.0. Commenti e pings sono chiusi.



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