Nemmeno San Calogero riesce più a controllare gli agrigentini. L’animosità, la litigiosità e la certezza di avere sempre ragione ha vinto anche sulla figura più amata. Come si usa dire in questa terra in alcune circostanze, ” non c’è santo che tiene” se una cosa si deve fare, si fà. L’ultimo episodio, quello accaduto domenica sera ne costituisce un esempio tipico. Il torto, la ragione, le colpe, l’affronto, hanno dominato. E alla fine si è fatto quello che si doveva fare ovvero, al di sopra del santo e della religione, confermando una frattura fra la città e una parte della gestione della Chiesa, con politici e amministratori “bacchettati” dalla Chiesa locale, che a loro volta si schierano con la gente criticando quella parte della Chiesa che non rispetta gli agrigentini. Così, la statua, che è comunque un simbolo importante per la Chiesa e per la gente, non viene consegnata come concordato, viene portata a spalla anche per il ritorno distruggendo fisicamente una quarantina di persone che si sono accollate anche questo sforzo in più, e tra due ali di festa esultante è giunta fino in piazza Cavour prima per i giochi pirotecnici e per il ritorno al santuario dopo.
Alla fine la gente è rimasta contenta. La festa si è fatta comunque e i giochi pirotecnici sono stati esaltanti. La Chiesa tira un sospiro di sollievo perché alla fine tutto è andato bene. I portatori sono offesi ma soddisfatti, perché si sentono di avere fatto quello che dovevano fare e l’onore è salvo. Chissà cosa ne pensa lui, San Calogero. Dopo un anno che non usciva fra la sua gente, ha avuto la conferma che nulla era cambiato. Gli agrigentini sono gli stessi di quando lui si aggirava per le strade della città. Divisi in tutto, pronti a litigare per poco. Capaci di imprese impossibili per orgoglio, ma incapaci di unire le proprie forze per costruire cose migliori e più grandi.
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